Di crisi economica giusto da un anno ne sentiamo parlare ormai tutti i giorni, tanto che ci siamo quasi abituati. Insigni economisti e sociologi ci hanno fornito più volte la loro interpretazione di questo fenomeno che, vista l’origine tutta americana, spesso può ancora sfuggirci nei suoi aspetti più direttamente legati al nostro Paese. Una certa visione massmediologica ha poi cercato di accentuarne spesso una lettura speculativa, intesa più a spingere interventi assistenziali di vecchio stampo, che a suggerire iniziative strutturali, fondate su una più ampia visione di mercato.
Tutto ciò ha quasi determinato una sorta di reazione di impotenza, di ineluttabilità, che si traduce in una catartica aspettativa del magico momento in cui tutto si rimetterà a correre, quasi come se nulla fosse successo. Eppure tutto questo porta insiti alcuni pericoli. Il primo si basa su una visione distorta della domanda di mercato, legata più a fattori strutturali storici che ad un’analisi degli elementi che compongono la domanda stessa. Il primo esempio ci viene dal mondo dell’auto. Parlando di crisi di questo settore si fa sempre rifermento ad un arco temporale molto ridotto, rispetto al ciclo di vita del prodotto. Cosa vuol dire? Un’auto può durare mediamente almeno 4-5 anni e quindi di vera crisi si può parlare se, al termine di questo ciclo di vita, il parco circolante non viene sostituito. Ma i fattori delle incentivazioni favoriscono una diversa distribuzione della domanda nel corso dell’arco temporale, anticipando di fatto la domanda futura, generando quindi una “crisi potenziale” per i periodi successivi. Tutto ciò, se si ripete nel tempo, come già è avvenuto in passato, genera una sorta di aspettativa del momento favorevole. È quello che di norma avviene quando la gente aspetta i saldi stagionali per fare gli acquisti, oppure attende i last minute per prenotare le vacanze.
Un altro indicatore erroneo di crisi è la contrazione dei posti di lavoro, che può anche significare un tentativo di ottimizzazione delle risorse o una reingegnerizzazione dei processi e non necessariamente la presenza di una recessione. Almeno non per tutti i settori.
Tutti questi fattori, con la presenza oltretutto di una componente psicologica, impediscono di guardare “dentro” alla crisi, evidenziando i fattori che potrebbero invece rivelarsi delle opportunità. Questa crisi ha generato nuove modalità nei consumi che, in alcuni casi per il momento nascondono solo delle potenzialità, ma che, con la ripresa effettiva, si riveleranno pienamente come nuovi trend. Chi si sta già preparando a rispondere alla domanda acquisirà un vantaggio competitivo di non poco conto, chi invece attenderà passivamente “tempi migliori” si accorgerà solo a giochi fatti che le regole del gioco sono cambiate e che la miracolosa ripresa che si attendeva avrà caratteristiche diverse da quelle pensate.
A tutto questo possiamo comunque aggiungere la considerazione che il mondo che studia le metodologie per il business non si è arrestato, anzi continua a proporre nuove soluzioni competitive. Il solo fattore di “concentrarsi” esclusivamente sugli effetti macroscopici della crisi, senza monitorare lo stato dell’arte, rappresenta già di per se stesso una perdita di competitività, che la crisi stessa rischia di confondere o mascherare. Un esempio per tutti: le nuove opportunità costituite da un nuovo approccio all’export, sia in chiave di valori che di soluzioni, aprono nuove vie che consentirebbero di mitigare, se non addirittura di compensare interamente, la caduta di domanda sul mercato interno ed internazionale. Chi riuscirà a gestirle, con un approccio di marketing strategico innovativo, potrà rafforzare la sua impresa, e non solo in termini economici. Chi si aspetta invece una soluzione taumaturgica della crisi non ha che sperare e … stare a guardare. Noi ci allineiamo con i primi!

